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A centinaia sono sbarcati sulle coste italiane. Dopo ore di viaggio in mare e di stenti. «Due bimbi che erano a bordo del gommone sono morti durante la traversata del Canale di Sicilia e siamo stati costretti a gettarli in mare». Erano due fratellini. A raccontare il dramma è il padre un nigeriano trentenne: il figlioletto più piccolo, di due anni, la notte dopo la partenza aveva cominciato a stare male, a mostrare insofferenza e a vomitare: «È stato un viaggio durissimo fin dall’inizio, eravamo stipati in quel gommone e ci muovevamo a fatica. Mio figlio stava male e aveva fame, ma non avevamo molto. Di lì a poco è morto e abbiamo dovuto buttare in acqua il suo corpicino». Stessa terribile sorte per la figlioletta di tre anni: «Ha sofferto molto – ripete più volte, – era disidratata, chiedeva con insistenza acqua e cibo»
L’uomo è arrivato a Lampedusa insieme ad altri 75 migranti sbarcati sabato pomeriggio, 26 luglio, nel porto di dell’isola, dopo essere stati soccorsi dalla Guardia costiera. Le 75 persone, tra cui 11 donne, sono in condizioni precarie per via della prolungata navigazione, forse di cinque giorni. I migranti erano stati intercettati a 46 miglia dall’isola, su un gommone nero, di nove metri. Nella giornata di domenica sono giunte a Lampedusa 227 persone. All’alba Lampedusa altre 73 persone erano arrivate sull’isola dopo essere state soccorse durante la notte su due barconi, dal pattugliatore Pica a circa 70 miglia a sud dell’isola.
Gli immigrati sono stati trasbordati su una motovedetta della Guardia costiera che li ha poi condotti in porto. Tra loro ci sono tre feriti. In condizioni più serie un nigeriano, partito dalla Libia con un piede ferito. Durante il viaggio è peggiorato a causa di un’infezione. E’stato trasportato in ospedale a Palermo in elicottero. Sono complessivamente 641 gli immigrati che si trovano nel Centro di prima accoglienza e soccorso di Lampedusa, dopo l’arrivo dei 227 extracomunitari giunti sull’isola nei quattro sbarchi che si sono registrati da venerdì notte.
Sbarchi anche in Sardegna, dove sono arrivati circa 150 persone, di nazionalità prevalentemente marocchina e algerina. Tutti sono stati accompagnati nel centro di prima accoglienza di Elmas. Gli immigrati, tutti nord africani, sono approdati a gruppi sulle spiagge tra Teulada e Porto Pino, tra loro anche due o tre donne dall’aspetto curato: «ben vestite e truccate – riferiscono i militari delle Fiamme Gialle – tanto che sembravano uscite da una festa». Una sessantina di clandestini sono stati individuati sul litorale dai carabinieri di Carbonia, altri sono stati seguiti in volo dagli elicotteri della Finanza mentre cercavano di nascondersi tra la vegetazione, quindi bloccati dagli uomini impegnati nella perlustrazione. Altri ancora, infine, soccorsi in mare dai pattugliatori, aggrappati agli scogli. Secondo le prime informazioni, tra gli ultimi arrivi vi sarebbero anche alcuni clandestini già approdati in Sardegna per i quali scatterà l’arresto. I nord africani sono stati trasferiti nel centro di prima accoglienza realizzato nell’area dell’aeroporto militare Mario Mameli di Cagliari-Elmas. La struttura è quasi al completo: probabilmente un gruppo dovrà essere ospitato altrove in attesa di raggiungere domani un altro centro della Penisola.
Intanto dal Vaticano arrivano moniti al governo sul provvedimento che sancisce lo stato d’emergenza nazionale per i clandestini: «Quel che si auspica, nell’attuazione delle disposizioni, è il rispetto dei diritti umani di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie», ha detto l’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.
E la Caritas aggiunge: «Da anni ogni iniziativa legislativa sull’immigrazione è caratterizzata da un approccio securitario, ed emergenziale – afferma il direttore Vittorio Nozza – ma i risultati sono stati deludenti: le misure adottate si sono rivelate in buona parte inefficaci». Per la Caritas c’è bisogno di «un pacchetto integrazione, ricco di azioni capaci di far stare la diversità dentro un sentire e vivere unitario.
Oggi sembra invece che vengano sempre più alimentati la paura, l’arroccamento, il rifiuto».